sabato 1 giugno 2013

Giocavo davanti a lui


Proverbi 8, 22-31

Così parla la Sapienza di Dio:
«Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività,
prima di ogni sua opera, all’origine.
Dall’eternità sono stata formata,
fin dal principio, dagli inizi della terra.
Quando non esistevano gli abissi, io fui generata,
quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d’acqua;
prima che fossero fissate le basi dei monti,
prima delle colline, io fui generata,
quando ancora non aveva fatto la terra e i campi
né le prime zolle del mondo.
Quando egli fissava i cieli, io ero là;
quando tracciava un cerchio sull’abisso,
quando condensava le nubi in alto,
quando fissava le sorgenti dell’abisso,
quando stabiliva al mare i suoi limiti,
così che le acque non ne oltrepassassero i confini,
quando disponeva le fondamenta della terra,
io ero con lui come artefice
ed ero la sua delizia ogni giorno:
giocavo davanti a lui in ogni istante,
giocavo sul globo terrestre,
ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo».

 

Gv 16, 12-15

 

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

 

Non sono molte le cose che Gesù rivela sulla natura ed i piani di Dio. Benché spesso gli apostoli pongano domande a riguardo, le risposte si limitano a ricordar loro che non gli è dato sapere di questioni del genere. Altre volte pone, invece, l’attenzione su come sia venuto a spiegare “cose della terra”, ed il suo interesse sia ammaestrare apostoli e discepoli su come condurre questa vita, prima di preoccuparsi di altro.

In quest’ottica può apparire strano che riveli il mistero della Trinità, qualcosa che resterà sempre inafferrabile, un tratto della natura divina al di là della comprensione. La Trinità è sicuramente una “cosa del cielo”, lontana dalla vita degli uomini. Eppure condivide questo mistero con noi, come parte essenziale del rapporto con Lui e del nostro cammino per raggiungerLo. Dentro la rivelazione, Gesù ci comunica anzitutto qualcosa su di noi, che ad immagine e somiglianza di Dio siamo fatti:

“ Dio non è solitudine, immutabile e asettica perfezione, sommo egoista bastante a sé stesso, ma è comunione, festa, famiglia, amore, tensione dell'uno verso l'altro.” (P. Curtaz)

Noi siamo immagine di questa comunione, ed essa deve vivere in noi perché noi stessi possiamo realizzarsi pienamente.

La rivelazione trascende il meglio di ciò che, come uomini, potevamo comprendere di Dio. Aristotele, che pure è stato un’importante ispirazione per tanti autori cristiani, riteneva che la perfezione dovesse essere un motore immobile, unico, la cui gioia nasceva dall’essere pensiero di pensiero, pensare sé stesso, eterno bene. Immobile nella sua perfezione, perfezione alla quale tutto il resto del creato tendeva mettendosi in movimento. Un pensiero umano chiaro e brillante, perché la perfezione non dovrebbe essere un sommo egoismo, bastante a sé stesso, indifferente a tutto il resto?

 

Dio stesso incarnato ci spiega quanto sia lontana dalla verità questa nostra immagine, come la sua e la nostra pienezza si realizzi invece nella comunione, tramite le relazioni che intessiamo. Invece di un Dio immobile, Egli si muove per primo verso di noi prima di ogni cosa che abbiamo conosciuto

giocavo sul globo terrestre,
ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo”

Dio ci rende partecipi di questa relazione che lo riempie, vuole condividere con noi la sua Pienezza. Si “mette in gioco” per noi, e questo, come tutti i giochi, è un atto gratuito, compiuto in letizia, col solo scopo di generare altra gioia.

Dio ha iniziato da subito a "giocare con noi" e a far sì che ci mettessimo in gioco pure noi, che dicessimo la nostra, che facessimo le nostre mosse, non determinanti, non risolutive, non vincenti, ma certamente necessarie.

Ora c’è una terza relazione che impariamo dalla Trinità, oltre quelle delle tre Persone e la Sua verso di noi. Una relazione che ci lega agli altri ed attraverso la quale ci completiamo. Questo legame, essendo noi immagine divina, raggiunge tanto più la sua essenza, quanto più somiglia al modo in cui Dio ama e si relaziona. Pertanto, stiamo amando e ci stiamo santificando (e diventando noi stessi), in misura della nostra capacità di metterci in gioco per e con i nostri prossimi. Un amore propositivo,gratuito, che sappia essere dinamico. L‘indifferenza e l’ostilità, che la paura insita nel cuore dell’uomo di essere fondamentalmente solo detta alle volte in chi ci è vicino, spingendolo ad allontanarsi, a non essere apprezzabile e gradevole ai nostri occhi come un bene la cui vicinanza possa rallegrarci, non possono invece frenare noi. Gesù stesso ci invita spesso, anzi ci comanda(ed è il suo unico comando) di amare di quell’amor benevolentiae che ha sempre mosso Lui. Un amore che si interessa del bene che genera, non di quello che riceve.

Dio sembra un giocoliere che ci fa volteggiare verso direzioni strane e pericolose, tuttavia ci richiede di aver fiducia e partecipare a queste sue iniziative ludiche. Se noi avremo fede, se ci lasceremo portare a fare qualcosa che non sceglieremmo se non fosse lui a proporre, permetteremo al miracolo di accadere. In ogni occasione.