“Santità non è farsi lapidare
in terra di Paganìa o baciare un lebbroso sulla bocca, ma
fare la volontà di Dio, con
prontezza, si tratti di restare al nostro posto, o di salire più alto”
“ Non si sradica il fiore per
cercare la luce, ma è il sole che lo nutre lì nel campo dove esso si trova”
Qualche giorno fa ascoltai
una conferenza su S. Giuseppe Moscati, un medico napoletano, devoto al suo
lavoro, che amava passare tanto tempo con i suoi amici più cari.
Una vita apparentemente
ordinaria,tanto che mi stupiva come, il giorno della sua morte, il libro per le
dediche, lasciato aperto davanti la camera ardente, fosse pieno di commiati,
quasi disperati, delle persone da lui curate. Semplicemente con il suo modo di
essere, attraverso la cura per il suo lavoro, tramite l’amichevole giovialità
del suo animo, questa persona aveva lasciato una traccia di bene indelebile in
chi l’aveva incontrato. I suoi incontri quotidiani erano i tipici incontri che
ognuno fa ogni giorno nel proprio lavoro, eppure quei momenti così piccoli e
comuni erano stati trasformati in occasioni per costruire il Regno dei Cieli.
Questa era una contraddizione
ai miei occhi, immagino la santità come il frutto di atti eroici compiuti per
devozione ad una missione in cui sia necessario sacrificarsi. Ed immagino il
santo come l’uomo coraggioso in grado di abbandonare ogni cosa che gli è cara,
per essere condotto nel luogo impervio dove Dio lo desidera. Evidentemente mi
sbagliavo, e, per quanto il mio errore possa essere figlio di epiche velleità,
forse è un inganno che può insidiare un po’ tutti, la convinzione che il nostro
operare sia inutile o troppo poco per il disegno che Dio ha e desidera per noi.
Se diamo uno sguardo di
insieme alla Scrittura, salta agli occhi come, quasi tutto il rapporto che Dio
instaura con gli uomini, sia un rapporto in cui Egli ci cerca, ci sorprende,
irrompe inaspettato nella vita di qualcuno, fino a farsi uomo vicino a noi. E’
Dio che trova l’uomo, ed allora l’uomo comincia a cercarLo. Dio trova l’uomo lì
dove l’uomo sta: Davide stava pascolando il gregge, Pietro stava pescando,
Saulo stava perseguitando i cristiani.
Ogni angolo della Creazione è
un luogo dove Dio desidera incarnarsi, nella vita di ciascun uomo Egli desidera
generare il suo natale. E l’immensa chiamata del santo è quella di diventare
nuova Incarnazione, un nuovo Gesù in terra, un nuovo Dio in terra. I magi, che
seguivano la sua stella con cuore sincero, nella saggezza che un buon cuore
umano può avere, si attendevano un re ammantato di gloria, così come gli ebrei.
Lo stesso può capitare a noi, che lo cerchiamo con il cuore altrettanto
sincero. Tuttavia Egli non si manifesta secondo i nostri schemi, sceglie luoghi
impensabili per un re, secondo il nostro giudizio (per il quale ciò che è
grande si riveste di potenza e ciò che ha valore si ammanta di gloria). Il Natale
avviene in una mangiatoia, in un piccolo paese, nella sperduta provincia di un
grande impero. Elia, rifugiato in una grotta, assiste a fuochi che scendono dal
cielo, a terremoti e tuoni, ma Dio gli parla nella brezza leggera.
Questi brani io li conoscevo
bene, ma cosa vogliono dirmi? Probabilmente che l’incarnazione avviene dove io
non me l’aspetto: nella vita comune. La vita comune può essere faticosa,
noiosa, frustrante, grigia, sempre uguale a sé stessa, eppure è in quella e per
quella vita che Gesù nasce. E’ quella la vita che vuole santificare. E’
quell’angolo grigio di mondo che vuole rendere Regno dei Cieli. Non possiamo
credere che Dio si dimentichi di qualche luogo senza desiderare che diventi (o
ritorni) suo. E se noi siamo in un luogo Egli ci desidera lì. A volte ci
richiama lontano, alle volte, ma nella maggior parte dei casi no. La prima
citazione, di Paul Claudel, ci ricorda proprio questo. Dio ci pone in un luogo,
in una situazione, mette proprio noi, ha fiducia di poterci affidare qualcosa
che gli è caro, perché è convinto che noi possiamo essere Lui in quel posto.
Nessun momento deve apparirci piccolo ed inutile, perché ogni istante,
soprattutto i peggiori, sono occasioni affidateci perché le possiamo ricondurre
al Padre.
A questa immensa chiamata, a
questa investitura di onore divino (c’è poco da non essere pomposi, perché è
esattamente di questo che si tratta), si contrappone la nostra piccolezza. La
consapevolezza dei nostri limiti, la frustrante lotta contro difetti che non
cambiano, ha il grande potere di farci scoraggiare. Tuttavia questo
scoraggiamento è un inganno diabolico, nel senso (δια-βαλλω) che ci separa e ci
allontana da noi stessi e dalla nostra verità.
“E’ probabile che quasi tutti quelli che pensano alla
propria condotta, ci pensano troppo; ed è certo che tutti noi pensiamo troppo
al peccato. Non siamo dannati per aver
commesso il male, ma per non aver fatto il bene; Cristo non avrebbe voluto
mai sentir parlare di moralità negativa; tu devi era la sua parola, con la
quale soppiantava il non devi.”
“Esigiamo compiti più elevati perché non siamo capaci
di riconoscere l'elevatezza di quelli che già ci sono assegnati. Cercare di
essere gentili e onesti sembra un affare troppo semplice e privo di risonanza
per uomini del nostro stampo eroico; piuttosto ci getteremmo in qualcosa di
audace, arduo e decisivo: preferiremmo scoprire uno scisma o reprimere
un'eresia, tagliarci una mano o mortificare un desiderio. Ma il compito davanti
a noi, cioè quello di sopportare la nostra esistenza, richiede una finezza
microscopica, e l'eroismo necessario è quello della pazienza. Il nodo gordiano
della vita non può essere risolto con un taglio: ogni intrico va sciolto
sorridendo.” ( Stevenson.
Sermone di natale)
L’unica grande arma del
nemico è lo scoraggiamento, il farci credere che non siamo in grado, che siamo
troppo poco, così da farci desistere. Il nemico tuttavia è padre della
menzogna, e questo scoraggiamento è un abile inganno. Perché è chiaro che se
non agiamo, non stiamo facendo quello che potremmo, e quindi confermiamo alla
nostra mente di non essere in grado. Il Siracide mette in guardia contro questa
trappola, ricordandoci quanto Dio, invece, creda in noi:
“In ogni cosa che fai abbi fiducia in te stesso, così
adempierai al comando del Signore”
Esiste un pensiero
confortante che deve diventare certezza,
ovvero che, per quanto una situazione sia difficile o (peggio) grigia e
frustante, il Padre l’ha affidata a noi perché è convinto che l’avremmo reso
orgoglioso. Le nostre mancanze non possono fermarci, non scoraggiano Lui
dopotutto. Gli apostoli si sono dimostrati arrivisti e traditori, ma Lui sapeva
chi erano, cosa avrebbero saputo fare dopo. Il tradimento di Pietro non gli ha
fatto scegliere qualcun altro per fondare la sua chiesa.
In tutta Scrittura Egli ci
ricorda quanto siamo importanti per Lui, quanta fiducia ripone in noi,
l’infinito valore che abbiamo per Lui, a noi spetta ascoltare il suo amore ed
incarnarlo in ogni cosa che facciamo.
“ L’Incarnazione per noi è lasciare che la realtà
filiale di Gesù si incarni nella nostra
umanità” (Uomini di Dio)