giovedì 31 gennaio 2013

Ascolta Israele


“Santità non è farsi lapidare in terra di Paganìa o baciare un lebbroso sulla bocca, ma

fare la volontà di Dio, con prontezza, si tratti di restare al nostro posto, o di salire più alto”

“ Non si sradica il fiore per cercare la luce, ma è il sole che lo nutre lì nel campo dove esso si trova”

Qualche giorno fa ascoltai una conferenza su S. Giuseppe Moscati, un medico napoletano, devoto al suo lavoro, che amava passare tanto tempo con i suoi amici più cari.

Una vita apparentemente ordinaria,tanto che mi stupiva come, il giorno della sua morte, il libro per le dediche, lasciato aperto davanti la camera ardente, fosse pieno di commiati, quasi disperati, delle persone da lui curate. Semplicemente con il suo modo di essere, attraverso la cura per il suo lavoro, tramite l’amichevole giovialità del suo animo, questa persona aveva lasciato una traccia di bene indelebile in chi l’aveva incontrato. I suoi incontri quotidiani erano i tipici incontri che ognuno fa ogni giorno nel proprio lavoro, eppure quei momenti così piccoli e comuni erano stati trasformati in occasioni per costruire il Regno dei Cieli.

Questa era una contraddizione ai miei occhi, immagino la santità come il frutto di atti eroici compiuti per devozione ad una missione in cui sia necessario sacrificarsi. Ed immagino il santo come l’uomo coraggioso in grado di abbandonare ogni cosa che gli è cara, per essere condotto nel luogo impervio dove Dio lo desidera. Evidentemente mi sbagliavo, e, per quanto il mio errore possa essere figlio di epiche velleità, forse è un inganno che può insidiare un po’ tutti, la convinzione che il nostro operare sia inutile o troppo poco per il disegno che Dio ha e desidera per noi.

Se diamo uno sguardo di insieme alla Scrittura, salta agli occhi come, quasi tutto il rapporto che Dio instaura con gli uomini, sia un rapporto in cui Egli ci cerca, ci sorprende, irrompe inaspettato nella vita di qualcuno, fino a farsi uomo vicino a noi. E’ Dio che trova l’uomo, ed allora l’uomo comincia a cercarLo. Dio trova l’uomo lì dove l’uomo sta: Davide stava pascolando il gregge, Pietro stava pescando, Saulo stava perseguitando i cristiani.

Ogni angolo della Creazione è un luogo dove Dio desidera incarnarsi, nella vita di ciascun uomo Egli desidera generare il suo natale. E l’immensa chiamata del santo è quella di diventare nuova Incarnazione, un nuovo Gesù in terra, un nuovo Dio in terra. I magi, che seguivano la sua stella con cuore sincero, nella saggezza che un buon cuore umano può avere, si attendevano un re ammantato di gloria, così come gli ebrei. Lo stesso può capitare a noi, che lo cerchiamo con il cuore altrettanto sincero. Tuttavia Egli non si manifesta secondo i nostri schemi, sceglie luoghi impensabili per un re, secondo il nostro giudizio (per il quale ciò che è grande si riveste di potenza e ciò che ha valore si ammanta di gloria). Il Natale avviene in una mangiatoia, in un piccolo paese, nella sperduta provincia di un grande impero. Elia, rifugiato in una grotta, assiste a fuochi che scendono dal cielo, a terremoti e tuoni, ma Dio gli parla nella brezza leggera.

Questi brani io li conoscevo bene, ma cosa vogliono dirmi? Probabilmente che l’incarnazione avviene dove io non me l’aspetto: nella vita comune. La vita comune può essere faticosa, noiosa, frustrante, grigia, sempre uguale a sé stessa, eppure è in quella e per quella vita che Gesù nasce. E’ quella la vita che vuole santificare. E’ quell’angolo grigio di mondo che vuole rendere Regno dei Cieli. Non possiamo credere che Dio si dimentichi di qualche luogo senza desiderare che diventi (o ritorni) suo. E se noi siamo in un luogo Egli ci desidera lì. A volte ci richiama lontano, alle volte, ma nella maggior parte dei casi no. La prima citazione, di Paul Claudel, ci ricorda proprio questo. Dio ci pone in un luogo, in una situazione, mette proprio noi, ha fiducia di poterci affidare qualcosa che gli è caro, perché è convinto che noi possiamo essere Lui in quel posto. Nessun momento deve apparirci piccolo ed inutile, perché ogni istante, soprattutto i peggiori, sono occasioni affidateci perché le possiamo ricondurre al Padre.

A questa immensa chiamata, a questa investitura di onore divino (c’è poco da non essere pomposi, perché è esattamente di questo che si tratta), si contrappone la nostra piccolezza. La consapevolezza dei nostri limiti, la frustrante lotta contro difetti che non cambiano, ha il grande potere di farci scoraggiare. Tuttavia questo scoraggiamento è un inganno diabolico, nel senso (δια-βαλλω) che ci separa e ci allontana da noi stessi e dalla nostra verità.

“E’ probabile che quasi tutti quelli che pensano alla propria condotta, ci pensano troppo; ed è certo che tutti noi pensiamo troppo al peccato. Non siamo dannati per aver commesso il male, ma per non aver fatto il bene; Cristo non avrebbe voluto mai sentir parlare di moralità negativa; tu devi era la sua parola, con la quale soppiantava il non devi.”

“Esigiamo compiti più elevati perché non siamo capaci di riconoscere l'elevatezza di quelli che già ci sono assegnati. Cercare di essere gentili e onesti sembra un affare troppo semplice e privo di risonanza per uomini del nostro stampo eroico; piuttosto ci getteremmo in qualcosa di audace, arduo e decisivo: preferiremmo scoprire uno scisma o reprimere un'eresia, tagliarci una mano o mortificare un desiderio. Ma il compito davanti a noi, cioè quello di sopportare la nostra esistenza, richiede una finezza microscopica, e l'eroismo necessario è quello della pazienza. Il nodo gordiano della vita non può essere risolto con un taglio: ogni intrico va sciolto sorridendo.”    ( Stevenson. Sermone di natale)

L’unica grande arma del nemico è lo scoraggiamento, il farci credere che non siamo in grado, che siamo troppo poco, così da farci desistere. Il nemico tuttavia è padre della menzogna, e questo scoraggiamento è un abile inganno. Perché è chiaro che se non agiamo, non stiamo facendo quello che potremmo, e quindi confermiamo alla nostra mente di non essere in grado. Il Siracide mette in guardia contro questa trappola, ricordandoci quanto Dio, invece, creda in noi:

“In ogni cosa che fai abbi fiducia in te stesso, così adempierai al comando del Signore

Esiste un pensiero confortante che deve diventare certezza,  ovvero che, per quanto una situazione sia difficile o (peggio) grigia e frustante, il Padre l’ha affidata a noi perché è convinto che l’avremmo reso orgoglioso. Le nostre mancanze non possono fermarci, non scoraggiano Lui dopotutto. Gli apostoli si sono dimostrati arrivisti e traditori, ma Lui sapeva chi erano, cosa avrebbero saputo fare dopo. Il tradimento di Pietro non gli ha fatto scegliere qualcun altro per fondare la sua chiesa.

In tutta Scrittura Egli ci ricorda quanto siamo importanti per Lui, quanta fiducia ripone in noi, l’infinito valore che abbiamo per Lui, a noi spetta ascoltare il suo amore ed incarnarlo in ogni cosa che facciamo.

“ L’Incarnazione per noi è lasciare che la realtà filiale di Gesù si incarni  nella nostra umanità” (Uomini di Dio)

 

 

giovedì 17 gennaio 2013

Si gloria forse la scure?

Ero in un momento duro della mia vita. Lontano dal mio mondo e dai miei affetti, procedevo a fatica. Vedevo mia moglie poco più di una settimana al mese, e sentivo nel cuore una cucitura e uno strappo ogni volta che ci incontravamo nuovamente e nuovamente ci salutavamo. Al lavoro ero un'isola, i miei collaboratori non si interessavano di ciò che facevo, non sentivo stima nei miei confronti e ricambiavo con la stessa moneta. Avrei voluto essere più coinvolto, ma le mie competenze non venivano cercate. Mi sentivo solo, benché forse non lo fossi del tutto; ma era così che mi sentivo.

Soprattutto ero preso da un  tribolare continuo. Provavo ansia per i miei doveri, e rabbia verso i miei colleghi. Il tentativo di dissimulare queste turbolenze non mi era di alcun aiuto e le attività con cui tentavo di stemperare la tensione avevano per lo più un successo limitato. E però mi rasserenava passeggiare nell'orto botanico, sedermi e pregare. Potevo farlo solo quando il tempo era clemente, e questo accadeva di rado. Portavo con me la mia Tabor tascabile, che ebbi in regalo per la cresima; e chiedevo insistentemente la pace del cuore e la forza della fede, mentre scorrevo con indebita frenesia le righe dell'antico testamento. Da quando mi sono convertito, infatti, ho iniziato a leggere la bibbia pagina per pagina, con lunghi periodi di interruzione e brevi periodi di vorace consumo. Sono ancora al libro di Geremia.

Allora leggevo Isaia. Il primo terzo del libro di Isaia profetizza la distruzione di Israele e rassomiglia a tante altre pagine di vendetta divina sparse per l'AT, eppure contiene, così di punto in bianco, tra una maledizione e un "oracolo del Signore" dei versetti impressionanti. Quel giorno ero uscito nell'orto botanico nel primo pomeriggio, poco dopo pranzo. Il Signore mi parlò con una frase dall'apparenza del tutto innocua, che a distanza di tre anni riecheggia quasi quotidianamente nella mia memoria:

Si gloria forse la scure contro colui che taglia con essa o s'inorgoglisce la sega contro chi la maneggia?
Is 10,  15
Questo versetto mi colpì subito e lo rilessi immediatamente varie volte. Avevo la sensazione che fosse cruciale per me.
Il profeta presagisce la distruzione di Israele per mano dell'Assiria. Mentre narra, accade qualcosa di inconsueto: il Signore smette di rivolgere parole punitive a Israele e si scaglia improvvisamente contro l'Assiria, e il motivo è che i signori della guerra assiri attribuiscono a se stessi il merito e non sanno di essere niente più che uno strumento del Signore, il quale come li ha innalzati li sprofonderà; di qui dunque il versetto.

Per me si trattava della scoperta che il Signore è il padrone della storia dell'umanità e degli individui. Non solo i santi sono strumenti del Signore, ma tutto il creato lo è, incluso l'altero re assiro; e perciò siamo tanto migliori, quanto più sappiamo essere buoni strumenti per Dio. Vi è mai capitato di provare sdegno per un coltello che non taglia e volervene liberare? Ecco, io intuivo che dopo che mi era stata rivolta questa Parola il mio compito era divenire il miglior strumento possibile; e mi ostacolava il continuo pensare a cosa io dovevo e non dovevo fare. Avrei voluto riuscire a profondere in questo le stesse energie che impiegavo per ciò che invece mi rendeva infelice; e pensai che anche quel che non mi piaceva della mia vita poteva servire, se mi rendeva un miglior utensile dal punto di vista di Dio.
Mi parve insomma una frase scritta per me, e mi meravigliava essere giunto solo allora a questa intuizione, che tanto spazio già trova nella letteratura agiografica e spirituale. Ma è diverso conoscere e sperimentare; e in quel momento di solitudine e sconforto la prospettiva di servire a qualcosa mi attraeva.

Non sono poi divenuto la lama affilata che avrei desiderato. Anni fa lamentavo di raggiungere intuizioni spirituali tanto tempo prima di quanto non riuscissi a viverle; adesso sospetto sia sempre così. Dio annuncia quello che farà, lo fa, e poi ti spiega cosa ti ha fatto. Come un buon pedagogo. Perché quello che conta alla fine è proprio conoscere il suo Amore; e così quella promessa di essere un buono strumento si realizza piano piano.

Sabato scorso con mia moglie ho passato la mattinata nel nuovo Centro di Ascolto della Caritas di Lucca. Abbiamo ricevuto dieci persone in difficoltà economiche, poveri insomma. Abbiamo parlato con loro, ascoltato il loro disagio e le loro richieste, vagliato come la comunità poteva aiutarli, e quali soluzioni ci fossero per recuperare. Non potremo tirar fuori ciascuno di loro dalla povertà; forse uno di quei dieci potremo accompagnarlo fuori da una situazione scomoda. Nonostante il fardello dell'impotenza, credo che il più glielo abbiamo dato in quel momento, ascoltandoli a motivo dell'Amore che Dio ha avuto per noi. Ho sperato di poter loro trasmettere il fatto che noi eravamo lì perché desideravamo lavorare nella vigna del Signore, e lo desideravamo perché quando eravamo nudi, Egli ci aveva vestito; assetati, ci aveva dato da mangiare; afflitti, ci aveva consolato.

Devo dire la verità, io un povero non l'avevo mai incontrato. Avevo visto dei mendicanti, parlato con qualche clochard; persone per qualche verso strane, lontane dal mio mondo. Non così sabato scorso. C'erano persone giù di morale, ma di grande dignità; persone combattive, pronte a razionarsi i viveri e a fare qualunque mestiere. Simpatici e antipatici, timidi e brillanti, con qualche bolletta di troppo. Persone da cui non mi sentivo per nulla lontano.

Gesù, tu non hai considerato la tua uguaglianza con Dio un tesoro geloso, ma hai dato a noi tutto quanto il Padre ti ha dato. Ti ringrazio per la tua promessa di porre in me una sorgente di acqua viva che zampilla per l'eternità, una promessa che non manchi di realizzare pian piano nell'avvicendarsi dei giorni della mia vita. Anche se alle volte dubito, credo che nulla è impossibile a Dio e ti sono grato perché tu hai deciso di fare di me uno strumento del tuo Amore.