giovedì 17 gennaio 2013

Si gloria forse la scure?

Ero in un momento duro della mia vita. Lontano dal mio mondo e dai miei affetti, procedevo a fatica. Vedevo mia moglie poco più di una settimana al mese, e sentivo nel cuore una cucitura e uno strappo ogni volta che ci incontravamo nuovamente e nuovamente ci salutavamo. Al lavoro ero un'isola, i miei collaboratori non si interessavano di ciò che facevo, non sentivo stima nei miei confronti e ricambiavo con la stessa moneta. Avrei voluto essere più coinvolto, ma le mie competenze non venivano cercate. Mi sentivo solo, benché forse non lo fossi del tutto; ma era così che mi sentivo.

Soprattutto ero preso da un  tribolare continuo. Provavo ansia per i miei doveri, e rabbia verso i miei colleghi. Il tentativo di dissimulare queste turbolenze non mi era di alcun aiuto e le attività con cui tentavo di stemperare la tensione avevano per lo più un successo limitato. E però mi rasserenava passeggiare nell'orto botanico, sedermi e pregare. Potevo farlo solo quando il tempo era clemente, e questo accadeva di rado. Portavo con me la mia Tabor tascabile, che ebbi in regalo per la cresima; e chiedevo insistentemente la pace del cuore e la forza della fede, mentre scorrevo con indebita frenesia le righe dell'antico testamento. Da quando mi sono convertito, infatti, ho iniziato a leggere la bibbia pagina per pagina, con lunghi periodi di interruzione e brevi periodi di vorace consumo. Sono ancora al libro di Geremia.

Allora leggevo Isaia. Il primo terzo del libro di Isaia profetizza la distruzione di Israele e rassomiglia a tante altre pagine di vendetta divina sparse per l'AT, eppure contiene, così di punto in bianco, tra una maledizione e un "oracolo del Signore" dei versetti impressionanti. Quel giorno ero uscito nell'orto botanico nel primo pomeriggio, poco dopo pranzo. Il Signore mi parlò con una frase dall'apparenza del tutto innocua, che a distanza di tre anni riecheggia quasi quotidianamente nella mia memoria:

Si gloria forse la scure contro colui che taglia con essa o s'inorgoglisce la sega contro chi la maneggia?
Is 10,  15
Questo versetto mi colpì subito e lo rilessi immediatamente varie volte. Avevo la sensazione che fosse cruciale per me.
Il profeta presagisce la distruzione di Israele per mano dell'Assiria. Mentre narra, accade qualcosa di inconsueto: il Signore smette di rivolgere parole punitive a Israele e si scaglia improvvisamente contro l'Assiria, e il motivo è che i signori della guerra assiri attribuiscono a se stessi il merito e non sanno di essere niente più che uno strumento del Signore, il quale come li ha innalzati li sprofonderà; di qui dunque il versetto.

Per me si trattava della scoperta che il Signore è il padrone della storia dell'umanità e degli individui. Non solo i santi sono strumenti del Signore, ma tutto il creato lo è, incluso l'altero re assiro; e perciò siamo tanto migliori, quanto più sappiamo essere buoni strumenti per Dio. Vi è mai capitato di provare sdegno per un coltello che non taglia e volervene liberare? Ecco, io intuivo che dopo che mi era stata rivolta questa Parola il mio compito era divenire il miglior strumento possibile; e mi ostacolava il continuo pensare a cosa io dovevo e non dovevo fare. Avrei voluto riuscire a profondere in questo le stesse energie che impiegavo per ciò che invece mi rendeva infelice; e pensai che anche quel che non mi piaceva della mia vita poteva servire, se mi rendeva un miglior utensile dal punto di vista di Dio.
Mi parve insomma una frase scritta per me, e mi meravigliava essere giunto solo allora a questa intuizione, che tanto spazio già trova nella letteratura agiografica e spirituale. Ma è diverso conoscere e sperimentare; e in quel momento di solitudine e sconforto la prospettiva di servire a qualcosa mi attraeva.

Non sono poi divenuto la lama affilata che avrei desiderato. Anni fa lamentavo di raggiungere intuizioni spirituali tanto tempo prima di quanto non riuscissi a viverle; adesso sospetto sia sempre così. Dio annuncia quello che farà, lo fa, e poi ti spiega cosa ti ha fatto. Come un buon pedagogo. Perché quello che conta alla fine è proprio conoscere il suo Amore; e così quella promessa di essere un buono strumento si realizza piano piano.

Sabato scorso con mia moglie ho passato la mattinata nel nuovo Centro di Ascolto della Caritas di Lucca. Abbiamo ricevuto dieci persone in difficoltà economiche, poveri insomma. Abbiamo parlato con loro, ascoltato il loro disagio e le loro richieste, vagliato come la comunità poteva aiutarli, e quali soluzioni ci fossero per recuperare. Non potremo tirar fuori ciascuno di loro dalla povertà; forse uno di quei dieci potremo accompagnarlo fuori da una situazione scomoda. Nonostante il fardello dell'impotenza, credo che il più glielo abbiamo dato in quel momento, ascoltandoli a motivo dell'Amore che Dio ha avuto per noi. Ho sperato di poter loro trasmettere il fatto che noi eravamo lì perché desideravamo lavorare nella vigna del Signore, e lo desideravamo perché quando eravamo nudi, Egli ci aveva vestito; assetati, ci aveva dato da mangiare; afflitti, ci aveva consolato.

Devo dire la verità, io un povero non l'avevo mai incontrato. Avevo visto dei mendicanti, parlato con qualche clochard; persone per qualche verso strane, lontane dal mio mondo. Non così sabato scorso. C'erano persone giù di morale, ma di grande dignità; persone combattive, pronte a razionarsi i viveri e a fare qualunque mestiere. Simpatici e antipatici, timidi e brillanti, con qualche bolletta di troppo. Persone da cui non mi sentivo per nulla lontano.

Gesù, tu non hai considerato la tua uguaglianza con Dio un tesoro geloso, ma hai dato a noi tutto quanto il Padre ti ha dato. Ti ringrazio per la tua promessa di porre in me una sorgente di acqua viva che zampilla per l'eternità, una promessa che non manchi di realizzare pian piano nell'avvicendarsi dei giorni della mia vita. Anche se alle volte dubito, credo che nulla è impossibile a Dio e ti sono grato perché tu hai deciso di fare di me uno strumento del tuo Amore.

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