martedì 3 settembre 2013

Guarigione e Perdono (Mc 2, 1-12)


Entrò di nuovo a Cafarnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola. 
Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un'apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: "Figlio, ti sono perdonati i peccati". Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: "Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?". E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: "Perché pensate queste cose nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire al paralitico "Ti sono perdonati i peccati", oppure dire "Àlzati, prendi la tua barella e cammina"? Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te - disse al paralitico -: àlzati, prendi la tua barella e va' a casa tua". Quello si alzò e subito presa la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: "Non abbiamo mai visto nulla di simile!".

Mi ha sempre commosso questo episodio del Vangelo, mi ha sempre aiutato immedesimarmi nei panni dell’ammalato che viene portato davanti a Gesù. Provo a leggere i suoi sentimenti, il suo stato d’animo, e ricordo casi simili visti da vicino: malati che hanno perso buona parte della loro autonomia fisica, e dipendono totalmente o quasi dagli altri; nel caso del Vangelo dai quattro amici che lo portano in barella e da Gesù che l’accoglie.
Giona (giusto per dargli un nome) è spettatore di sé stesso, della propria situazione e forse ha solo lo sguardo per manifestare la gratitudine ai suoi amici, e poi a Gesù per quello che stanno facendo per lui.
Mi piace vederlo sorridere e guardare con tenerezza i suoi quattro amici che sudano e si arrabattano per lui, per farlo incontrare con il Signore.
Prima tentano di varcare la muraglia umana che sbarra la strada, poi discutono animatamente, si scoraggiano, pensano…
Alla fine si fanno coraggio e decidono di fare una pazzia… scoperchiare il tetto e calarlo giù.
“Che bravi i miei amici, che fortuna averli incontrati - avrà pensato – non so se riusciranno nel loro intento ma è già una gioia e uno spettacolo vederli in azione”.
E poi l’incontro con Gesù; stando al Vangelo Giona non dice nulla al Signore, ma io penso che con gli occhi gli avrà detto tante cose… e soprattutto avrà chiesto una cosa: il suo perdono…
Non ho difficoltà a immaginare che Giona ha più bisogno di perdono che di guarigione… o meglio che il perdono è la prima e più importante guarigione che desidera ricevere da Gesù… e Gesù l’accontenta.
Anche noi abbiamo bisogno più di perdono che di guarigione, prima del perdono e poi della guarigione… e non possiamo guarire se prima non siamo perdonati… e non possiamo guarire le altre ferite se prima non è guarita la ferita del cuore. E solo Gesù, il medico divino, può guarirla.


sabato 1 giugno 2013

Giocavo davanti a lui


Proverbi 8, 22-31

Così parla la Sapienza di Dio:
«Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività,
prima di ogni sua opera, all’origine.
Dall’eternità sono stata formata,
fin dal principio, dagli inizi della terra.
Quando non esistevano gli abissi, io fui generata,
quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d’acqua;
prima che fossero fissate le basi dei monti,
prima delle colline, io fui generata,
quando ancora non aveva fatto la terra e i campi
né le prime zolle del mondo.
Quando egli fissava i cieli, io ero là;
quando tracciava un cerchio sull’abisso,
quando condensava le nubi in alto,
quando fissava le sorgenti dell’abisso,
quando stabiliva al mare i suoi limiti,
così che le acque non ne oltrepassassero i confini,
quando disponeva le fondamenta della terra,
io ero con lui come artefice
ed ero la sua delizia ogni giorno:
giocavo davanti a lui in ogni istante,
giocavo sul globo terrestre,
ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo».

 

Gv 16, 12-15

 

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.
Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.
Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

 

Non sono molte le cose che Gesù rivela sulla natura ed i piani di Dio. Benché spesso gli apostoli pongano domande a riguardo, le risposte si limitano a ricordar loro che non gli è dato sapere di questioni del genere. Altre volte pone, invece, l’attenzione su come sia venuto a spiegare “cose della terra”, ed il suo interesse sia ammaestrare apostoli e discepoli su come condurre questa vita, prima di preoccuparsi di altro.

In quest’ottica può apparire strano che riveli il mistero della Trinità, qualcosa che resterà sempre inafferrabile, un tratto della natura divina al di là della comprensione. La Trinità è sicuramente una “cosa del cielo”, lontana dalla vita degli uomini. Eppure condivide questo mistero con noi, come parte essenziale del rapporto con Lui e del nostro cammino per raggiungerLo. Dentro la rivelazione, Gesù ci comunica anzitutto qualcosa su di noi, che ad immagine e somiglianza di Dio siamo fatti:

“ Dio non è solitudine, immutabile e asettica perfezione, sommo egoista bastante a sé stesso, ma è comunione, festa, famiglia, amore, tensione dell'uno verso l'altro.” (P. Curtaz)

Noi siamo immagine di questa comunione, ed essa deve vivere in noi perché noi stessi possiamo realizzarsi pienamente.

La rivelazione trascende il meglio di ciò che, come uomini, potevamo comprendere di Dio. Aristotele, che pure è stato un’importante ispirazione per tanti autori cristiani, riteneva che la perfezione dovesse essere un motore immobile, unico, la cui gioia nasceva dall’essere pensiero di pensiero, pensare sé stesso, eterno bene. Immobile nella sua perfezione, perfezione alla quale tutto il resto del creato tendeva mettendosi in movimento. Un pensiero umano chiaro e brillante, perché la perfezione non dovrebbe essere un sommo egoismo, bastante a sé stesso, indifferente a tutto il resto?

 

Dio stesso incarnato ci spiega quanto sia lontana dalla verità questa nostra immagine, come la sua e la nostra pienezza si realizzi invece nella comunione, tramite le relazioni che intessiamo. Invece di un Dio immobile, Egli si muove per primo verso di noi prima di ogni cosa che abbiamo conosciuto

giocavo sul globo terrestre,
ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo”

Dio ci rende partecipi di questa relazione che lo riempie, vuole condividere con noi la sua Pienezza. Si “mette in gioco” per noi, e questo, come tutti i giochi, è un atto gratuito, compiuto in letizia, col solo scopo di generare altra gioia.

Dio ha iniziato da subito a "giocare con noi" e a far sì che ci mettessimo in gioco pure noi, che dicessimo la nostra, che facessimo le nostre mosse, non determinanti, non risolutive, non vincenti, ma certamente necessarie.

Ora c’è una terza relazione che impariamo dalla Trinità, oltre quelle delle tre Persone e la Sua verso di noi. Una relazione che ci lega agli altri ed attraverso la quale ci completiamo. Questo legame, essendo noi immagine divina, raggiunge tanto più la sua essenza, quanto più somiglia al modo in cui Dio ama e si relaziona. Pertanto, stiamo amando e ci stiamo santificando (e diventando noi stessi), in misura della nostra capacità di metterci in gioco per e con i nostri prossimi. Un amore propositivo,gratuito, che sappia essere dinamico. L‘indifferenza e l’ostilità, che la paura insita nel cuore dell’uomo di essere fondamentalmente solo detta alle volte in chi ci è vicino, spingendolo ad allontanarsi, a non essere apprezzabile e gradevole ai nostri occhi come un bene la cui vicinanza possa rallegrarci, non possono invece frenare noi. Gesù stesso ci invita spesso, anzi ci comanda(ed è il suo unico comando) di amare di quell’amor benevolentiae che ha sempre mosso Lui. Un amore che si interessa del bene che genera, non di quello che riceve.

Dio sembra un giocoliere che ci fa volteggiare verso direzioni strane e pericolose, tuttavia ci richiede di aver fiducia e partecipare a queste sue iniziative ludiche. Se noi avremo fede, se ci lasceremo portare a fare qualcosa che non sceglieremmo se non fosse lui a proporre, permetteremo al miracolo di accadere. In ogni occasione.

 

lunedì 13 maggio 2013

Sulla tua parola getterò le reti!

[Gesù] Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: "Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca". Simone rispose: "Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti". Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell'altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: "Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore". Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: "Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini". E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.
Lc 5, 4-11

Sulla tua parola getterò le reti... Come sembra difficile compiere questo passo, pronunciare queste parole, credendoci fino in fondo... Pietro e i suoi compagni avevano trascorso tutta la notte a pescare, sperando sempre che qualche pesce abboccasse, ma nulla: sono rientrati a mani vuote. Ma ecco che, divenuto ormai giorno, Gesù li invita a tornare al largo, assicurando loro che la pesca sarebbe stata fruttuosa. Difficile credergli: se non hanno pescato nulla tutta la notte, com'è possibile che, di giorno, ci sia qualche pesce che abbocchi? Pietro è un pescatore, sa bene che è di notte che si deve andare a pescare; e infatti non manca si mostrare la sua incredulità, la sua meraviglia di fronte all'invito di Gesù. Eppure decide di fidarsi, di affidarsi a Gesù e di credere alle sue parole. Naturalmente, non resta deluso. 
Mentre rileggevo questo brano, mi è venuto in mente un altro capitolo del Vangelo di Luca in cui si osserva una dinamica simile: è l'episodio dell'Annunciazione. 
L'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: "Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te".

A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L'angelo le disse: "Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine".
Allora Maria disse all'angelo: "Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?". Le rispose l'angelo: "Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch'essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio". Allora Maria disse: "Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola". E l'angelo si allontanò da lei.

Lc 1, 26-38

Questa volta è l'angelo Gabriele che rivela a Maria il progetto che Dio ha su di lei. Maria all'inizio è incredula, non comprende... ma poi si abbandona alla volontà di Dio. 

Un po' di tempo fa mi sono trovata a vivere un periodo particolare: si prospettavano all'orizzonte dei cambiamenti importanti, ed io - per quando pensassi e ripensassi - non riuscivo a trovare il modo di gestire questi cambiamenti. Continuavo a chiedermi: come farò? Ed ecco, d'improvviso, le nubi diradarsi ed una nuova strada profilarsi all'orizzonte. Non mi convinceva del tutto, non solo perché nuova, ma anche perché tante cose restavano a me oscure... Non riuscivo a comprendere a pieno se fosse il caso di seguire questa nuova strada oppure no. 
Sulla tua parola getterò le reti. 
Ero in Chiesa, e il parroco stava proclamando questo Vangelo. In quel momento ho capito: non avevo nulla da temere, perché il Signore era al mio fianco. Se crediamo alla sua Parola, se ci affidiamo a Lui, come possiamo aver paura di quello che può accadere? Durante l'Omelia, quelle parole continuavano a risuonare nella mente e, commossa, pensavo a quanto tutto fosse ovvio e quasi incredibilmente semplice... Seguire Gesù e la Sua Parola. Come aver timore di "rimaner fregati"? 

Signore, ti rendo grazie perché mi hai fatto sentire la tua voce, per il tuo conforto nell'angoscia di fronte all'incertezza del futuro. Mi hai ricordato che chi costruisce la casa sulla roccia non ha da temere, e allora sulla tua Parola, sulle tue promesse che non potranno mai essere deluse, voglio gettare le mie reti, per vivere ogni giorno nel tuo Amore e rendere sempre testimonianza della Fede in Te e nel nostro Padre, che tanto ci ama e sempre ci protegge.

mercoledì 17 aprile 2013


Giovanni 21,1-14

Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla.
Quando già era l'alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi la sopravveste, poiché era spogliato, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: infatti non erano lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po' del pesce che avete preso or ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», poiché sapevano bene che era il Signore.
Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce. Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti.


Gesù si manifesta in ogni momento nella nostra vita e siamo chiamati constantemente a riconoscere la sua presenza giorno dopo giorno. Si fa trovare anche nelle piccole cose della nostra vita quotidiana o anche negli altri fratelli che incontriamo per strada. E' una presenza invisibile ma costante che non ci abbandona mai, anche quando pensiamo di essere soli Lui è lì pronto a sostenerci. Allora quello che dobbiamo chiederci è: “perchè a volte non lo riconosciamo ?”, “perchè non riusciamo a vederlo ?”. Forse perchè spesso siamo accecati o presi da altri impegni che riteniamo essere più importanti o forse lo mettiamo da parte perchè pensiamo di star bene e di non aver bisogno di Lui. Siamo un po' come i discepoli che presi da altre cose non riescono subito a riconoscere Gesù sulla riva del lago.
Ma Lui è sempre lì....e resta con noi nonostante tutto perchè ci ama, ha dato la vita per noi e per la nostra salvezza, e nonostante ciò non lo riconosciamo.


Allora come possiamo riconoscerlo ? Semplicemente ascoltando la sua Parola e partecipando alla sua morte e resurrezione. Il brano di Giovanni ce lo dice in maniera simbolica nel momento in cui Simon Pietro si tuffa in acqua: immergersi nelle acque è il segno della nostra partecipazione alla morte di Gesù, risalirne è il segno della nostra partecipazione alla sua risurrezione.
Cerchiamo di fare la volontà del Signore e non la nostra. Nella preghiera del Padre Nostro vien detto “... sia fatta la tua volontà...” ed io aggiungerei “... e non la mia”. Affidiamoci completamente a Lui e lo renderemo felice. Un papa disse “il miracolo più grande esiste quando la volontà dell'uomo e quella di Dio coincidono”. Alziamoci la mattina e anziché chiedere al Signore “Dio dammi questo, Dio dammi quest'altro” chiediamogli “cosa vuoi che faccia per te oggi ?”.



mercoledì 20 febbraio 2013

Ecco le parole del Papa nel mercoledì delle Ceneri.

"Come sapete - grazie per la vostra simpatia! - ho deciso di rinunciare al ministero che il Signore mi ha affidato il 19 aprile 2005. Ho fatto questo in piena libertà per il bene della Chiesa, dopo aver pregato a lungo ed aver esaminato davanti a Dio la mia coscienza, ben consapevole della gravità di tale atto, ma altrettanto consapevole di non essere più in grado di svolgere il ministero petrino con quella forza che esso richiede. Mi sostiene e mi illumina la certezza che la Chiesa è di Cristo, il Quale non le farà mai mancare la sua guida e la sua cura. Ringrazio tutti per l’amore e per la preghiera con cui mi avete accompagnato. Grazie! Ho sentito quasi fisicamente in questi giorni, per me non facili, la forza della preghiera, che l’amore della Chiesa, la vostra preghiera, mi porta. Continuate a pregare per me, per la Chiesa, per il futuro Papa. Il Signore ci guiderà."

Ora, io sottolineo le seguenti parole: Ho sentito quasi fisicamente in questi giorni, per me non facili, la forza della preghiera, che l’amore della Chiesa, la vostra preghiera, mi porta.
Non so se vi è capitato mai di avere qualche intenzione particolare, per cui pregare: in quelle occasioni, uno è portato, naturalmente, a pregare di più. Ora, siccome in Quaresima ci è richiesto, in sostanza, di pregare di più, quale occasione migliore, che avere un'intenzione così grande, come la preghiera per QUESTO Papa, e soprattutto, per il prossimo? A volte uno si culla che queste scelte (tipo l'elezione del nuovo Papa) in cui interviene in modo così prepotente lo Spirito Santo non possano andare se non nel "migliore dei modi possibili". Credo che questo avvenga se e solo se tutta la Chiesa (e non solo le suore di clausura) si mobilita per pregare perchè gli uomini siano docili allo Spirito.

A questo punto, giusto per essere ancora più originale (l'originalità non è un valore assoluto, dopotutto), date le particolari circostanze della vita della Chiesa in queste ultime settimane, mi piace, in questo intervento, riproporre quasi pedissequamente la Catechesi del Papa nello scorso mercoledì delle Ceneri. Il grassetto è una mia scelta.

"La Quaresima, è un tempo di particolare impegno nel nostro cammino spirituale.....Nell'odierna Catechesi vorrei soffermarmi proprio su questo momento della vita terrena del Signore, che leggeremo nel Vangelo di domenica prossima.

Anzitutto il deserto, dove Gesù si ritira, è il luogo del silenzio, della povertà, dove l’uomo è privato degli appoggi materiali e si trova di fronte alle domande fondamentali dell’esistenza, è spinto ad andare all’essenziale e proprio per questo gli è più facile incontrare Dio. Ma il deserto è anche il luogo della morte, perché dove non c’è acqua non c’è neppure vita, ed è il luogo della solitudine, in cui l’uomo sente più intensa la tentazione. Gesù va nel deserto, e là subisce la tentazione di lasciare la via indicata dal Padre per seguire altre strade più facili e mondane (cfr Lc 4,1-13). Così Egli si carica delle nostre tentazioni, porta con Sè la nostra miseria, per vincere il maligno e aprirci il cammino verso Dio, il cammino della conversione.
Riflettere sulle tentazioni a cui è sottoposto Gesù nel deserto è un invito per ciascuno di noi a rispondere ad una domanda fondamentale: che cosa conta davvero nella mia vita? Nella prima tentazione il diavolo propone a Gesù di cambiare una pietra in pane per spegnere la fame. Gesù ribatte che l’uomo vive anche di pane, ma non di solo pane: senza una risposta alla fame di verità, alla fame di Dio, l’uomo non si può salvare (cfr vv. 3-4). Nella seconda tentazione, il diavolo propone a Gesù la via del potere: lo conduce in alto e gli offre il dominio del mondo; ma non è questa la strada di Dio: Gesù ha ben chiaro che non è il potere mondano che salva il mondo, ma il potere della croce, dell’umiltà, dell’amore (cfr vv. 5-8). Nella terza tentazione, il diavolo propone a Gesù di gettarsi dal pinnacolo del Tempio di Gerusalemme e farsi salvare da Dio mediante i suoi angeli, di compiere cioè qualcosa di sensazionale per mettere alla prova Dio stesso; ma la risposta è che Dio non è un oggetto a cui imporre le nostre condizioni: è il Signore di tutto (cfr vv. 9-12). Qual è il nocciolo delle tre tentazioni che subisce Gesù? E’ la proposta di strumentalizzare Dio, di usarlo per i propri interessi, per la propria gloria e per il proprio successo. E dunque, in sostanza, di mettere se stessi al posto di Dio, rimuovendolo dalla propria esistenza e facendolo sembrare superfluo. Ognuno dovrebbe chiedersi allora: che posto ha Dio nella mia vita? E’ Lui il Signore o sono io?
Superare la tentazione di sottomettere Dio a sé e ai propri interessi o di metterlo in un angolo e convertirsi al giusto ordine di priorità, dare a Dio il primo posto, è un cammino che ogni cristiano deve percorrere sempre di nuovo. “Convertirsi”, un invito che ascolteremo molte volte in Quaresima, significa seguire Gesù in modo che il suo Vangelo sia guida concreta della vita; significa lasciare che Dio ci trasformi, smettere di pensare che siamo noi gli unici costruttori della nostra esistenza; significa riconoscere che siamo creature, che dipendiamo da Dio, dal suo amore, e soltanto «perdendo» la nostra vita in Lui possiamo guadagnarla. Questo esige di operare le nostre scelte alla luce della Parola di Dio. Oggi non si può più essere cristiani come semplice conseguenza del fatto di vivere in una società che ha radici cristiane: anche chi nasce da una famiglia cristiana ed è educato religiosamente deve, ogni giorno, rinnovare la scelta di essere cristiano, cioè dare a Dio il primo posto, di fronte alle tentazioni che una cultura secolarizzata gli propone di continuo, di fronte al giudizio critico di molti contemporanei.
Le prove a cui la società attuale sottopone il cristiano, infatti, sono tante, e toccano la vita personale e sociale. Non è facile essere fedeli al matrimonio cristiano, praticare la misericordia nella vita quotidiana, lasciare spazio alla preghiera e al silenzio interiore; non è facile opporsi pubblicamente a scelte che molti considerano ovvie, quali l’aborto in caso di gravidanza indesiderata, l’eutanasia in caso di malattie gravi, o la selezione degli embrioni per prevenire malattie ereditarie. La tentazione di metter da parte la propria fede è sempre presente e la conversione diventa una risposta a Dio che deve essere confermata più volte nella vita.
Ci sono di esempio e di stimolo le grandi conversioni come quella di san Paolo sulla via di Damasco, o di sant’Agostino, ma anche nella nostra epoca di eclissi del senso del sacro, la grazia di Dio è al lavoro e opera meraviglie nella vita di tante persone. Il Signore non si stanca di bussare alla porta dell’uomo in contesti sociali e culturali che sembrano inghiottiti dalla secolarizzazione, come è avvenuto per il russo ortodosso Pavel Florenskij. Dopo un’educazione completamente agnostica, tanto da provare vera e propria ostilità verso gli insegnamenti religiosi impartiti a scuola, lo scienziato Florenskij si trova ad esclamare: “No, non si può vivere senza Dio!”, e a cambiare completamente la sua vita, tanto da diventare sacerdote.
Penso anche alla figura di Etty Hillesum, una giovane olandese di origine ebraica che morirà ad Auschwitz. Inizialmente lontana da Dio, lo scopre guardando in profondità dentro se stessa e scrive: “Un pozzo molto profondo è dentro di me. E Dio c’è in quel pozzo. Talvolta mi riesce di raggiungerlo, più spesso pietra e sabbia lo coprono: allora Dio è sepolto. Bisogna di nuovo che lo dissotterri” (Diario, 97). Nella sua vita dispersa e inquieta, ritrova Dio proprio in mezzo alla grande tragedia del Novecento, la Shoah. Questa giovane fragile e insoddisfatta, trasfigurata dalla fede, si trasforma in una donna piena di amore e di pace interiore, capace di affermare: “Vivo costantemente in intimità con Dio”.
La capacità di contrapporsi alle lusinghe ideologiche del suo tempo per scegliere la ricerca della verità e aprirsi alla scoperta della fede è testimoniata da un’altra donna del nostro tempo, la statunitense Dorothy Day. Nella sua autobiografia, confessa apertamente di essere caduta nella tentazione di risolvere tutto con la politica, aderendo alla proposta marxista: “Volevo andare con i manifestanti, andare in prigione, scrivere, influenzare gli altri e lasciare il mio sogno al mondo. Quanta ambizione e quanta ricerca di me stessa c’era in tutto questo!”. Il cammino verso la fede in un ambiente così secolarizzato era particolarmente difficile, ma la Grazia agisce lo stesso, come lei stessa sottolinea: “È certo che io sentii più spesso il bisogno di andare in chiesa, a inginocchiarmi, a piegare la testa in preghiera. Un istinto cieco, si potrebbe dire, perché non ero cosciente di pregare. Ma andavo, mi inserivo nell’atmosfera di preghiera…”. Dio l’ha condotta ad una consapevole adesione alla Chiesa, in una vita dedicata ai diseredati.
Nella nostra epoca non sono poche le conversioni intese come il ritorno di chi, dopo un’educazione cristiana magari superficiale, si è allontanato per anni dalla fede e poi riscopre Cristo e il suo Vangelo. Nel Libro dell’Apocalisse leggiamo: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (3, 20). Il nostro uomo interiore deve prepararsi per essere visitato da Dio, e proprio per questo non deve lasciarsi invadere dalle illusioni, dalle apparenze, dalle cose materiali.
In questo Tempo di Quaresima, nell’Anno della fede, rinnoviamo il nostro impegno nel cammino di conversione, per superare la tendenza di chiuderci in noi stessi e per fare, invece, spazio a Dio, guardando con i suoi occhi la realtà quotidiana. L’alternativa tra la chiusura nel nostro egoismo e l’apertura all’amore di Dio e degli altri, potremmo dire che corrisponde all’alternativa delle tentazioni di Gesù: alternativa, cioè, tra potere umano e amore della Croce, tra una redenzione vista nel solo benessere materiale e una redenzione come opera di Dio, cui diamo il primato nell’esistenza. Convertirsi significa non chiudersi nella ricerca del proprio successo, del proprio prestigio, della propria posizione, ma far sì che ogni giorno, nelle piccole cose, la verità, la fede in Dio e l’amore diventino la cosa più importante."

giovedì 31 gennaio 2013

Ascolta Israele


“Santità non è farsi lapidare in terra di Paganìa o baciare un lebbroso sulla bocca, ma

fare la volontà di Dio, con prontezza, si tratti di restare al nostro posto, o di salire più alto”

“ Non si sradica il fiore per cercare la luce, ma è il sole che lo nutre lì nel campo dove esso si trova”

Qualche giorno fa ascoltai una conferenza su S. Giuseppe Moscati, un medico napoletano, devoto al suo lavoro, che amava passare tanto tempo con i suoi amici più cari.

Una vita apparentemente ordinaria,tanto che mi stupiva come, il giorno della sua morte, il libro per le dediche, lasciato aperto davanti la camera ardente, fosse pieno di commiati, quasi disperati, delle persone da lui curate. Semplicemente con il suo modo di essere, attraverso la cura per il suo lavoro, tramite l’amichevole giovialità del suo animo, questa persona aveva lasciato una traccia di bene indelebile in chi l’aveva incontrato. I suoi incontri quotidiani erano i tipici incontri che ognuno fa ogni giorno nel proprio lavoro, eppure quei momenti così piccoli e comuni erano stati trasformati in occasioni per costruire il Regno dei Cieli.

Questa era una contraddizione ai miei occhi, immagino la santità come il frutto di atti eroici compiuti per devozione ad una missione in cui sia necessario sacrificarsi. Ed immagino il santo come l’uomo coraggioso in grado di abbandonare ogni cosa che gli è cara, per essere condotto nel luogo impervio dove Dio lo desidera. Evidentemente mi sbagliavo, e, per quanto il mio errore possa essere figlio di epiche velleità, forse è un inganno che può insidiare un po’ tutti, la convinzione che il nostro operare sia inutile o troppo poco per il disegno che Dio ha e desidera per noi.

Se diamo uno sguardo di insieme alla Scrittura, salta agli occhi come, quasi tutto il rapporto che Dio instaura con gli uomini, sia un rapporto in cui Egli ci cerca, ci sorprende, irrompe inaspettato nella vita di qualcuno, fino a farsi uomo vicino a noi. E’ Dio che trova l’uomo, ed allora l’uomo comincia a cercarLo. Dio trova l’uomo lì dove l’uomo sta: Davide stava pascolando il gregge, Pietro stava pescando, Saulo stava perseguitando i cristiani.

Ogni angolo della Creazione è un luogo dove Dio desidera incarnarsi, nella vita di ciascun uomo Egli desidera generare il suo natale. E l’immensa chiamata del santo è quella di diventare nuova Incarnazione, un nuovo Gesù in terra, un nuovo Dio in terra. I magi, che seguivano la sua stella con cuore sincero, nella saggezza che un buon cuore umano può avere, si attendevano un re ammantato di gloria, così come gli ebrei. Lo stesso può capitare a noi, che lo cerchiamo con il cuore altrettanto sincero. Tuttavia Egli non si manifesta secondo i nostri schemi, sceglie luoghi impensabili per un re, secondo il nostro giudizio (per il quale ciò che è grande si riveste di potenza e ciò che ha valore si ammanta di gloria). Il Natale avviene in una mangiatoia, in un piccolo paese, nella sperduta provincia di un grande impero. Elia, rifugiato in una grotta, assiste a fuochi che scendono dal cielo, a terremoti e tuoni, ma Dio gli parla nella brezza leggera.

Questi brani io li conoscevo bene, ma cosa vogliono dirmi? Probabilmente che l’incarnazione avviene dove io non me l’aspetto: nella vita comune. La vita comune può essere faticosa, noiosa, frustrante, grigia, sempre uguale a sé stessa, eppure è in quella e per quella vita che Gesù nasce. E’ quella la vita che vuole santificare. E’ quell’angolo grigio di mondo che vuole rendere Regno dei Cieli. Non possiamo credere che Dio si dimentichi di qualche luogo senza desiderare che diventi (o ritorni) suo. E se noi siamo in un luogo Egli ci desidera lì. A volte ci richiama lontano, alle volte, ma nella maggior parte dei casi no. La prima citazione, di Paul Claudel, ci ricorda proprio questo. Dio ci pone in un luogo, in una situazione, mette proprio noi, ha fiducia di poterci affidare qualcosa che gli è caro, perché è convinto che noi possiamo essere Lui in quel posto. Nessun momento deve apparirci piccolo ed inutile, perché ogni istante, soprattutto i peggiori, sono occasioni affidateci perché le possiamo ricondurre al Padre.

A questa immensa chiamata, a questa investitura di onore divino (c’è poco da non essere pomposi, perché è esattamente di questo che si tratta), si contrappone la nostra piccolezza. La consapevolezza dei nostri limiti, la frustrante lotta contro difetti che non cambiano, ha il grande potere di farci scoraggiare. Tuttavia questo scoraggiamento è un inganno diabolico, nel senso (δια-βαλλω) che ci separa e ci allontana da noi stessi e dalla nostra verità.

“E’ probabile che quasi tutti quelli che pensano alla propria condotta, ci pensano troppo; ed è certo che tutti noi pensiamo troppo al peccato. Non siamo dannati per aver commesso il male, ma per non aver fatto il bene; Cristo non avrebbe voluto mai sentir parlare di moralità negativa; tu devi era la sua parola, con la quale soppiantava il non devi.”

“Esigiamo compiti più elevati perché non siamo capaci di riconoscere l'elevatezza di quelli che già ci sono assegnati. Cercare di essere gentili e onesti sembra un affare troppo semplice e privo di risonanza per uomini del nostro stampo eroico; piuttosto ci getteremmo in qualcosa di audace, arduo e decisivo: preferiremmo scoprire uno scisma o reprimere un'eresia, tagliarci una mano o mortificare un desiderio. Ma il compito davanti a noi, cioè quello di sopportare la nostra esistenza, richiede una finezza microscopica, e l'eroismo necessario è quello della pazienza. Il nodo gordiano della vita non può essere risolto con un taglio: ogni intrico va sciolto sorridendo.”    ( Stevenson. Sermone di natale)

L’unica grande arma del nemico è lo scoraggiamento, il farci credere che non siamo in grado, che siamo troppo poco, così da farci desistere. Il nemico tuttavia è padre della menzogna, e questo scoraggiamento è un abile inganno. Perché è chiaro che se non agiamo, non stiamo facendo quello che potremmo, e quindi confermiamo alla nostra mente di non essere in grado. Il Siracide mette in guardia contro questa trappola, ricordandoci quanto Dio, invece, creda in noi:

“In ogni cosa che fai abbi fiducia in te stesso, così adempierai al comando del Signore

Esiste un pensiero confortante che deve diventare certezza,  ovvero che, per quanto una situazione sia difficile o (peggio) grigia e frustante, il Padre l’ha affidata a noi perché è convinto che l’avremmo reso orgoglioso. Le nostre mancanze non possono fermarci, non scoraggiano Lui dopotutto. Gli apostoli si sono dimostrati arrivisti e traditori, ma Lui sapeva chi erano, cosa avrebbero saputo fare dopo. Il tradimento di Pietro non gli ha fatto scegliere qualcun altro per fondare la sua chiesa.

In tutta Scrittura Egli ci ricorda quanto siamo importanti per Lui, quanta fiducia ripone in noi, l’infinito valore che abbiamo per Lui, a noi spetta ascoltare il suo amore ed incarnarlo in ogni cosa che facciamo.

“ L’Incarnazione per noi è lasciare che la realtà filiale di Gesù si incarni  nella nostra umanità” (Uomini di Dio)

 

 

giovedì 17 gennaio 2013

Si gloria forse la scure?

Ero in un momento duro della mia vita. Lontano dal mio mondo e dai miei affetti, procedevo a fatica. Vedevo mia moglie poco più di una settimana al mese, e sentivo nel cuore una cucitura e uno strappo ogni volta che ci incontravamo nuovamente e nuovamente ci salutavamo. Al lavoro ero un'isola, i miei collaboratori non si interessavano di ciò che facevo, non sentivo stima nei miei confronti e ricambiavo con la stessa moneta. Avrei voluto essere più coinvolto, ma le mie competenze non venivano cercate. Mi sentivo solo, benché forse non lo fossi del tutto; ma era così che mi sentivo.

Soprattutto ero preso da un  tribolare continuo. Provavo ansia per i miei doveri, e rabbia verso i miei colleghi. Il tentativo di dissimulare queste turbolenze non mi era di alcun aiuto e le attività con cui tentavo di stemperare la tensione avevano per lo più un successo limitato. E però mi rasserenava passeggiare nell'orto botanico, sedermi e pregare. Potevo farlo solo quando il tempo era clemente, e questo accadeva di rado. Portavo con me la mia Tabor tascabile, che ebbi in regalo per la cresima; e chiedevo insistentemente la pace del cuore e la forza della fede, mentre scorrevo con indebita frenesia le righe dell'antico testamento. Da quando mi sono convertito, infatti, ho iniziato a leggere la bibbia pagina per pagina, con lunghi periodi di interruzione e brevi periodi di vorace consumo. Sono ancora al libro di Geremia.

Allora leggevo Isaia. Il primo terzo del libro di Isaia profetizza la distruzione di Israele e rassomiglia a tante altre pagine di vendetta divina sparse per l'AT, eppure contiene, così di punto in bianco, tra una maledizione e un "oracolo del Signore" dei versetti impressionanti. Quel giorno ero uscito nell'orto botanico nel primo pomeriggio, poco dopo pranzo. Il Signore mi parlò con una frase dall'apparenza del tutto innocua, che a distanza di tre anni riecheggia quasi quotidianamente nella mia memoria:

Si gloria forse la scure contro colui che taglia con essa o s'inorgoglisce la sega contro chi la maneggia?
Is 10,  15
Questo versetto mi colpì subito e lo rilessi immediatamente varie volte. Avevo la sensazione che fosse cruciale per me.
Il profeta presagisce la distruzione di Israele per mano dell'Assiria. Mentre narra, accade qualcosa di inconsueto: il Signore smette di rivolgere parole punitive a Israele e si scaglia improvvisamente contro l'Assiria, e il motivo è che i signori della guerra assiri attribuiscono a se stessi il merito e non sanno di essere niente più che uno strumento del Signore, il quale come li ha innalzati li sprofonderà; di qui dunque il versetto.

Per me si trattava della scoperta che il Signore è il padrone della storia dell'umanità e degli individui. Non solo i santi sono strumenti del Signore, ma tutto il creato lo è, incluso l'altero re assiro; e perciò siamo tanto migliori, quanto più sappiamo essere buoni strumenti per Dio. Vi è mai capitato di provare sdegno per un coltello che non taglia e volervene liberare? Ecco, io intuivo che dopo che mi era stata rivolta questa Parola il mio compito era divenire il miglior strumento possibile; e mi ostacolava il continuo pensare a cosa io dovevo e non dovevo fare. Avrei voluto riuscire a profondere in questo le stesse energie che impiegavo per ciò che invece mi rendeva infelice; e pensai che anche quel che non mi piaceva della mia vita poteva servire, se mi rendeva un miglior utensile dal punto di vista di Dio.
Mi parve insomma una frase scritta per me, e mi meravigliava essere giunto solo allora a questa intuizione, che tanto spazio già trova nella letteratura agiografica e spirituale. Ma è diverso conoscere e sperimentare; e in quel momento di solitudine e sconforto la prospettiva di servire a qualcosa mi attraeva.

Non sono poi divenuto la lama affilata che avrei desiderato. Anni fa lamentavo di raggiungere intuizioni spirituali tanto tempo prima di quanto non riuscissi a viverle; adesso sospetto sia sempre così. Dio annuncia quello che farà, lo fa, e poi ti spiega cosa ti ha fatto. Come un buon pedagogo. Perché quello che conta alla fine è proprio conoscere il suo Amore; e così quella promessa di essere un buono strumento si realizza piano piano.

Sabato scorso con mia moglie ho passato la mattinata nel nuovo Centro di Ascolto della Caritas di Lucca. Abbiamo ricevuto dieci persone in difficoltà economiche, poveri insomma. Abbiamo parlato con loro, ascoltato il loro disagio e le loro richieste, vagliato come la comunità poteva aiutarli, e quali soluzioni ci fossero per recuperare. Non potremo tirar fuori ciascuno di loro dalla povertà; forse uno di quei dieci potremo accompagnarlo fuori da una situazione scomoda. Nonostante il fardello dell'impotenza, credo che il più glielo abbiamo dato in quel momento, ascoltandoli a motivo dell'Amore che Dio ha avuto per noi. Ho sperato di poter loro trasmettere il fatto che noi eravamo lì perché desideravamo lavorare nella vigna del Signore, e lo desideravamo perché quando eravamo nudi, Egli ci aveva vestito; assetati, ci aveva dato da mangiare; afflitti, ci aveva consolato.

Devo dire la verità, io un povero non l'avevo mai incontrato. Avevo visto dei mendicanti, parlato con qualche clochard; persone per qualche verso strane, lontane dal mio mondo. Non così sabato scorso. C'erano persone giù di morale, ma di grande dignità; persone combattive, pronte a razionarsi i viveri e a fare qualunque mestiere. Simpatici e antipatici, timidi e brillanti, con qualche bolletta di troppo. Persone da cui non mi sentivo per nulla lontano.

Gesù, tu non hai considerato la tua uguaglianza con Dio un tesoro geloso, ma hai dato a noi tutto quanto il Padre ti ha dato. Ti ringrazio per la tua promessa di porre in me una sorgente di acqua viva che zampilla per l'eternità, una promessa che non manchi di realizzare pian piano nell'avvicendarsi dei giorni della mia vita. Anche se alle volte dubito, credo che nulla è impossibile a Dio e ti sono grato perché tu hai deciso di fare di me uno strumento del tuo Amore.